Opinione

“V nere alè! Forza bianconer! Voglio solo star con te; voglio vincer e cantare per te, forza forza bianconer!”.

Questo è uno dei tanti cori che viene cantato dai tifosi, in un palazzo che regala emozioni veramente straordinarie e che trasmette carica ed energia ai giocatori in campo.

Il roster quest’anno sembra veramente competitivo, ben costruito, con una grande compattezza tra i suoi membri ed una chimica di squadra che, partita dopo partita, si sta formando. Gli americani dimostrano di tenere alla maglia che indossano (qualità abbastanza rara per dei professionisti d’oltreoceano), si spronano fra di loro e cercano incitamento dal pubblico; gli italiani dimostrano di essere ormai esperti del massimo campionato, e quindi fondamentali per indirizzare i compagni in certi momenti. Ed i giovani di questa squadra mostrano la loro voglia di emergere e di migliorarsi, imparando dai “veterani” della squadra.

Le V nere, finora hanno anche dato l’impressione, in questo inizio di stagione, di avere discreti margini di miglioramento, sia a livello di collettivo che di singoli e, in tutto questo, l’esperienza e il carisma di coach Pino Sacripanti sono sicuramente dei fattori determinanti.

Ma oltre alla disamina della composizione generale della nuova Virtus 2018-2019, riteniamo sia opportuno soffermarci un attimo su un giocatore importante per questa squadra: Pietro Aradori.

Il numero 21 della Virtus è soggetto, nell’ultimo periodo, a qualche critica o a qualche commento negativo giunto da alcune parti, ma secondo la nostra visione delle cose, occorre un attimo fermarci e ragionare su diversi aspetti, prima di dare sentenze affrettate e, di conseguenza, spesso errate.

Innanzitutto stiamo parlando di un giocatore che ha alle spalle anni di carriera ad altissimo livello, sia in nel campionato italiano, sia a livello di competizioni europee. Pietro Aradori infatti ha alle sue spalle 10 stagioni giocate nel massimo campionato italiano, non proprio poche soprattutto considerando che Aradori non ha mai “abbassato” il proprio livello di gioco in Serie A, rimanendo sempre uno dei principali terminali del roster in ogni squadra in cui ha militato.

E poi, va detto, che squadre… Infatti Pietro ha nel suo palmares presenze con alcune delle squadre che hanno calcato ruoli di altissima classifica in questi ultimi 10 anni.

A partire dall’Olimpia Milano, in cui giovanissimo esordì al fianco di Danilo Gallinari, per poi passare agli anni di Biella, in una squadra competitiva e agguerrita che lo ha visto esplodere come talento, e successivamente agli anni della definitiva “consacrazione” a talento del basket italiano, prima con la Montepaschi Siena e poi con la canotta di Cantù.

A Siena, seppur non da protagonista assoluto ma da comprimario “di spicco”, ha conquistato due titoli nazionali, due Coppe Italia ed altrettante SuperCoppe. Ma è con Cantù che la sua carriera lo porta ad assumere un ruolo, quello di un vero “leader” per la squadra. Ruolo che si porterà dietro negli anni a seguire, anche a Reggio Emilia, dove seppur non fosse l’unico “giocatore” di spicco della squadra, il suo ruolo era sempre di fondamentale importanza negli equilibri della squadra.

Ma il giocatore nativo di Brescia ha anche varcato il “confine” nazionale, lasciando per un anno il nostro campionato ed andando a giocare in Turchia con la maglia del Galatasaray, e successivamente con gli spagnoli dell’Estudiantes Madrid, in ACB.

Dieci stagioni quindi che hanno portato Pietro ad essere un giocatore “simbolo” del nostro campionato, essendo sempre uno dei giocatori più temuti e riconosciuti sui parquet di tutta la penisola.

Immancabile, naturalmente, la sua presenza nel giro della Nazionale italiana, in cui ha sempre dato il suo apporto in termini di carisma e tecnica, essendo quel tipo di giocatore che riesce sempre “a mettere lo zampino” nelle partite che gioca in maglia azzurra.

Ma ritornando al presente, è proprio a causa degli impegni con la Nazionale se Aradori si è unito abbastanza tardi alla sua Virtus, a preparazione già iniziata da tempo e non ha quindi potuto beneficiare quanto altri compagni di giorni di lavoro, utili per schemi e tattiche che erano completamene nuovi per tutti i giocatori virtussini.

Altra cosa da non dimenticare è come Pietro non si sia fermato praticamente un attimo da quest’estate ad inizio campionato, tra raduni dell’Italbasket, partite di qualificazione della Fiba, tornei in giro per l’Europa, e poi naturalmente la nuova stagione a tinte bianconere (la seconda) che si è aperta per lui.

Certo, Aradori come giocatore non ha come suo marchio di fabbrica la difesa impenetrabile, essendo decisamente uno specialista offensivo piuttosto che difensivo (come alcuni hanno fatto notare in questo inizio di campionato la difesa sugli avversari non sempre è stata perfetta), ma sicuramente come detto in precedenza, i vari impegni e il ritorno più tardi in gruppo con la Virtus possono aver influito, e comunque tutti hanno dei punti di maggior debolezza e su quelli il numero 21 virtussino certamente ci sta lavorando e continuerà a lavorarci.

Qualche critica è piovuta su di lui anche a seguito della partita contro l’Olimpia Milano, dove a detta di alcuni, la sua prestazione offensiva è stata insufficiente. Sicuramente non era la partita migliore per poter valutare una prestazione singola di un giocatore, visto che la Virtus ha lottato da squadra per tutta la partita, senza fare affidamento solo sulle giocate dei singoli, e andando a perdere terreno solo nel finale, quando la squadra meneghina, grazie ai talenti ineccepibili di James e Nedovic in particolare, ha scavato un solco che le V nere non sono riuscite a colmare. Aradori ha concluso la gara con 8 punti segnati in 26 minuti di presenza in campo. Magari non un bottino incredibile, ma contro una Armani Exchange Milano di quel livello, che fra l’altro ha difeso tutta la partita con un raddoppio sistematico sull’uscita dai blocchi di Aradori, probabilmente perchè temuto tiratore, come coach Pianigiani (che lo ha allenato a Siena) sa bene.

Altro aspetto che ha caratterizzato i “dibattiti” sulla figura di Aradori all’interno della società è quello che riguarda il ruolo di capitano della squadra. Alla vigilia del campionato in molti, tra tifosi ed addetti ai lavori, si aspettavano la nomina di Pietro come capitano, visto il suo anno già trascorso in bianconero, l’esperienza come giocatore in Serie A e, in parte, il suo ruolo all’interno della squadra azzurra.

Ciò faceva in qualche modo supporre che quel ruolo fosse affidato a lui, ma alla fine, su scelta di staff tecnico e di società, si è identificata in Brian Qvale la figura ritenuta più giusta a ricoprire quel ruolo, probabilmente per creare maggior equilibrio tra la componente “straniera” e quella italiana di questa nuova Virtus. Ma detto ciò, una riflessione che ci viene spontanea è quella che, nelle squadre e nella pallacanestro odierna, la figura di capitano ha perso gradualmente di importanza come “ruolo istituzionale” all’interno del roster: ovviamente dev’essere un giocatore pronto a dare l’esempio ai compagni e cercare di eccellere, non tanto dal lato tecnico ma quanto in fatto di leadership, ma si nota sempre più di frequente come nelle squadre ci siano diversi giocatori “leader”. Prendiamo ad esempio la franchigia NBA dei Golden State Warriors: nel loro caso è abbastanza evidente, poiché si possono identificare, all’interno dell’organico di squadra diverse figure, come il leader “emotivo” del gruppo (Draymond Green), il leader “tecnico” (Steph Curry), il talento puro (come può essere quello di Kevin Durant) e tanti altri giocatori, ognuno con il proprio tassello fondamentale per formare un’identità di squadra, sempre fondamentale per creare un gruppo solido.

Dunque la Virtus di quest’anno ha diverse personalità di rilievo, ognuna con le proprie caratteristiche tecniche e “umane”, e Aradori è senza ombra di dubbio una delle più importanti fra queste. Si potrà forse disquisire sul fatto che, ora come ora, il giocatore bresciano potrà apparire un po’ fuori ritmo rispetto a certi meccanismi di squadra, oppure non sempre sereno, ma è un giocatore importante per la Virtus e su cui la squadra fa e deve fare affidamento.

In definitiva, possiamo tranquillamente affermare che, pur essendo concordi che al momento non ci troviamo davanti agli occhi “il miglior Aradori possibile”, per tutti i motivi che abbiamo elencato in precedenza, siamo sempre convinti del fatto che Pietro sia un tassello fondamentali all’interno della squadra di coach Sacripanti, e che il tecnico di origine lombarda saprà lavorare al meglio con il numero 21 bianconero affinché possa essere “un’arma tattica” importante per questa squadra.

 

Lorenzo Bencivenga & Giovanni Fornaciari

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