Lebron James, Kyre Irving, Kevin Durant, Kawhi Leonard, George Wall, Russell Westbrook e tutte le altre stele del basket a stelle e strisce hanno dato il via alla stagione 2017/18 di NBA con la novità dell’abbigliamento fornito dalla Nike e l’aggiunta di sponsor veri e propri sulle maglie. Le domande e gli interrogativi sono tanti, come sempre: il titolo lo vincerà Cleveland, che ha costruito uno squadrone di esperienza e talento, o ancora Golden State? Boston sarà una valida alternativa ai Cavs ad Est con l’arrivo, fra i tanti, di Irving? Ad Ovest come giocheranno Houston, Oklahoma e i soliti Spurs?

Prima però di continuare il discorso, è giusto e doveroso fare il più grosso in bocca al lupo a Gordon Hayward che ha visto la sua partita di apertura durare appena 5 minuti visto il tremendo infortunio subito (si parla di frattura scomposta alla tibia e alla caviglia sinistra). Tralasciando la perdita di opportunità per lo stesso giocatore e la sua mancanza per i Celtics, molto emozionante è stata la reazione dell’intera Quick Airlines Arena e di tutti i giocatori, indistintamente dalla casacca che indossassero, perché a essersi infortunato è un collega, un uomo e un appassionato di pallacanestro. Quasi certamente la stagione del neo giocatore biancoverde è finita ma l’augurio è di vederlo il primo possibile sul campo.

La vera domanda da farsi è: cos’è realmente oggi la NBA? Il campionato americano non è solamente pallacanestro, fisicità, tensione, spettacolo ed emozioni ma è molto di più! La lega statunitense si è avvalsa di grandi strategie di marketing per crescere e affermarsi in tutto il mondo: negli anni ’80 è sfociata la rivalità tra Celtics e Lakers (con la sifda dei singoli di Larry Bird e Magic Johnson), la presenza di un giocatore dal calibro di Michael Jordan che, oltre a ricoprire i panni del miglior cestista di tutti i tempi, ha anche creato la figura della star sportiva realizzando con la Nike un proprio marchio ancora oggi celebre; cosa dire poi del Dream Team ai giochi olimpici di Barcellona del ’93 e all’avvento di altre stelle come Kobe Bryant, Tim Duncan e Shaquille O’ Neal.

Se queste cose sono accadute per la maggior parte sul campo, fuori da esso si è sviluppato un commercio incredibile. Con l’invenzione dei social network, la NBA si è mossa tempestivamente e in modo efficiente creando video e continui aggiornamenti delle varie piattaforme digitali. Ha sensibilizzato i propri atleti facendoli lavorare sulla propria identità visto il ruolo di star di cui godono e di come molti marchi sportivi se ne avvolgono (ad esempio le scarpe Lebron, Kyre o KD). Ha saputo espandere il basket in paesi come Cina, India e Africa grazie alla presenza di giocatori originari di quelle zone. Ha stipulato contratti miliardari per i diritti televisivi, ha cambiato orari delle partite per rendere visibile il campionato in tutto il mondo.  Anche sul lato umanitario si è mossa la NBA raccogliendo, solo nella stagione 2014-2015, ben 253 milioni di dollari tramite l’associazione benefica NBA Cares, volta a ricordare che il basket può essere più di un gioco e, a volte, persino più di un business.

Il basket si sta muovendo sempre più in una direzione di sport totale, che condiziona e si fa condizionare dall’attualità. I giocatori, specie in America, hanno il grosso potere di influenzare l’opinione di molte persone e bisogna essere bravi e svegli nel saperlo usare perché, come si possono migliore i fatti, li si possono anche peggiorare.

Il campionato americano è un successo di difficile replica e anzi, è praticamente impossibile che abbia eguali ma, può essere fonte di ispirazione per cercare di migliorare e risollevare un sistema cestistico in difficoltà, come ad esempio quello italiano.

 Lorenzo Bencivenga

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